George McKay: RADICAL GARDENING. Politiche, utopia, ribellione nell’orto e nel giardino. Pagine 152.

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Descrizione

Nella percezione pubblica comune, il giardinaggio contemporaneo viene inteso come un’attività ricreativa suburbana, un’alternativa alla televisione o a Internet.
La quotidianità del giardino non è solo patio, grigliate, staccionate bianche e bordi erbosi. Dai vasi da davanzale alla serra, dal complotto politico al flower power, questo libro scopre e celebra momenti, movimenti e azioni dell’approccio popolare all’orticoltura e ai giardini. Intreccia la storia dell’orto e del giardino alla controcultura, quella di singole piante, alla discussione delle politiche governative, la storia sociale dei gruppi militanti e delle loro campagne con il piacere dell’attività e le mani sporche di terra. Riferimenti mediatici, pop e artistici riferiti alla cultura anglosassone si mescolano a foto di archivio e ad altre immagini per offrirci un nuovo punto di vista, informato e ispirato, su di un vecchio argomento.

George McKay è tra gli autori britannici più noti sugli aspetti della cultura alternativa che passano per la musica, la protesta, lo stile di vita.
Insegna Studi culturali all’Università di Salford, in Gran Bretagna.
I suoi testi comprendono Atti insensati di bellezza (ShaKe, 2000), DIY Culture: party and protest in Nineties England, Glastonbury: a very english fair e Circular breathing: the cultural politics of jazz in Britain. Vive a Lancaster.

Recensioni

  1. :

    Nautilus, luglio 2017
    Presentazione

    Nel 2011, quando a Londra venne pubblicato il libro di McKay, in Italia si stava sviluppando un movimento abbastanza vivace legato alla valorizzazione delle aree verdi nei centri urbani. L’aspetto particolare di questo movimento era il suo essere legato a parametri in parte nuovi rispetto a quelli di qualche decennio precedente, rompendo con i vecchi schemi (parlando dell’Italia) adatti all’universo fordista ormai inutili, per aprirsi alle esigenze di una realtà in veloce mutamento. A dare impulso a questo fermento c’era la constatazione dell’inadeguatezza del territorio urbano e dei modelli di vita rispetto alle esigenze di comunità che devono confrontarsi con fenomeni nuovi, drammaticamente impellenti e irreversibili come cambiamenti climatici e globalizzazione, e con le conseguenze relative: effetto serra, colossali migrazioni, urbanizzazione crescente, economia di mercato senza freni, predominio della finanza. Nella vita quotidiana dell’urbanizzato questo si traduce in cibo, aria e acqua inquinata, città stranianti, razzismo, disgregazione delle comunità di riferimento, insicurezze di tutti i tipi, sfruttamento brutale, controllo capillare. A segnalare ufficialmente la pericolosità delle vecchie concezioni di spazio, territorio, popolazione eccetera, e dare l’allarme ai governi perché mettessero in campo politiche amministrative e culturali adeguate a fronteggiare la situazione in divenire, ci aveva pensato l’ONU che nel 2008 aveva pubblicato il Rapporto sullo stato delle città nel mondo. In quel documento veniva fornito il quadro della situazione, l’analisi delle prospettive e gli interventi necessari per gestire megalopoli che già oggi sono abitate da 20 milioni di persone e destinate rapidamente a ingrandirsi. Un’enfasi particolare era riservata ai problemi dell’approvvigionamento alimentare, alla scarsezza di acqua potabile, al consumo del suolo agricolo. I funzionari dell’ONU nello stendere il loro rapporto avevano sotto gli occhi le statistiche previsionali di paesi di Africa, Asia e America Latina, non certo l’Europa, in lento declino come polo geoeconomico e dove la scala dei grandi concentramenti umani è decisamente più ridotta. Non prospettavano bidonville di centinaia di migliaia di persone, una forza lavoro sterminata e con la pancia vuota, né maschere antigas per circolare per strada senza avvelenarsi. In fin dei conti il PIL dell’Unione Europea è il più alto in assoluto, l’UE è lo “Stato” più ricco al mondo; e l’Italia in questa classifica è all’ottavo posto su 195, tallonata da Russia e India. Questo non toglie che le città europee non abbiano le loro bidonville per relegare zingari e immigrati; e gli inoccupati, i disoccupati e i poveri che si contano a milioni. In linea con le indicazioni dell’ONU e con le evidenze oggettive dei cambiamenti in corso, le istituzioni comunitarie, quelle dei governi nazionali e via via fino alle amministrazioni dei centri urbani, hanno orientato i loro investimenti finanziari su progetti in cui la sostenibilità ambientale è diventata, formalmente, il prerequisito fondamentale per qualunque intervento sul territorio.
    La città funzionale che si vuole è iperconnessa, risparmia energia, ricicla i rifiuti, consuma consapevolmente, ha abitanti partecipativi che praticano un civismo convinto e diffuso. A dirla così sembra una città in cui vale la pena far crescere i propri figli, specialmente quelli di una classe media – quella europea – in decadenza, impaurita dal rapido svaporarsi del welfare, delle garanzie. E sono proprio i figli scolarizzati e informatizzati dei disoccupati e dei colletti bianchi impoveriti a volerla, in cui sognano di vivere, e che si sono fatti mosche cocchiere di questi progetti di ristrutturazione territoriale. Sono loro, i più giovani e istruiti, che s’incaricano di veicolare i contenuti culturali e sociali del nuovo capitalismo in versione green applicato alle metropoli europee, declinando in mille modi un unico concetto: quello della condivisione (a pagamento) di servizi e del tempo, in un’accezione che sembra più che altro dimostrare l’avanzata del mercato e la ritirata del Pubblico dalla gestione del territorio, e la messa a profitto di qualunque cosa. Nascono e si diffondono decine di associazioni e iniziative per lo più finanziate da istituzioni pubbliche e fondazioni bancarie, per far entrare nell’orizzonte culturale collettivo il co-working, il co-housing, il co-gardening, il co-cooking, il co-marketing, e poi il car-sharing, il flat-sharing, il book-sharing e via elencando. Un numero infinito di input di tutti i generi capaci di annichilirne la visione unitaria che svelerebbe lo scopo che li sottende: usare la potenzialità economica della rete, accompagnare la gente al nuovo, creare un immaginario adatto a quell’economia green e tecnologica che il capitale sta sviluppando in Europa. Una pedagogia fatta soprattutto di suggestioni, immagini idilliache di città tecnologicamente avanzate, con abitanti interconnessi costantemente tra loro e il mercato, le istituzioni, il lavoro; una pedagogia in grado di rendere fascinose parole come autogestione, democrazia diretta, condivisione. Un bel saccheggio delle idee dei movimenti socialisti, anarchici, cooperativistici e praticate da gruppi di alternativi, refrattari, ambientalisti, radicali, che da 150 anni hanno cercato di rendere visibili e possibili le loro concezioni di vita. Per un’economia e una città green ci vuole l’Uomo green e per modellarlo nel suo marketing ci sta anche questo.
    Più o meno dal 2008 in tutte le grandi città italiane le Amministrazioni mettono mano alle norme ormai inadeguate che regolavano le aree coltivate urbane preesistenti.
    Gli orti urbani delle città italiane, e in particolare quelli del nord Italia, a parte qualche sporadica iniziativa del movimento cooperativo all’inizio dell’altro secolo e degli orti di guerra sponsorizzati dal Fascismo, nascono negli anni del boom economico in modo quasi del tutto spontaneo. Le industrie stavano sradicando dalle loro terre milioni di persone che dalle regioni meridionali si spostarono verso le grandi città industriali del nord. Per lo più contadini, chi emigra nelle città si trova ad abitare o in centri storici degradati o in periferie che si degraderanno molto presto e quando ne ha l’opportunità non rinuncia a coltivare un orto. A Torino, per esempio, nei primi anni ’80 il 65% degli orti era coltivato da operai e il 28% da pensionati. L’85% erano meridionali. Gli orti si estendevano per circa150 ettari di cui il 95% abusivi, ovvero 143 ettari di terreno occupato capaci di fornire cibo a centinaia di famiglie.
    I nuovi regolamenti degli orti urbani, sostanzialmente, puntano a una gestione controllata delle attività degli ortolani che devono sottostare a vincoli di coltivazione e uso dei materiali, subire e accettare le limitazioni imposte dagli esperti comunali. Tutte cose non nuove ma inquadrate in una logica che li vorrebbe protagonisti del nuovo modello culturale, guardiani del territorio, testimonial della nuova presa di coscienza, insieme ai coltivatori da terrazzo, quelli che piantano radicchio sui muri o sopra colonne di compost incelofanato nelle isole pedonali dei centri storici. Due mondi, due culture, due modi di vedere l’orto urbano completamente diversi. Per far applicare le nuove norme e inaugurare il nuovo corso, in diversi orti sono dovuti intervenire i carabinieri a cui immancabilmente si sono affiancate associazioni di “volontari”, con i loro progetti di riqualificazione, integrazione, valorizzazione, eccetera. Una sorta di gentrificazione studiata per aree periurbane in prossimità di corsi d’acqua, o delle pochissime aree verdi ancora demaniali, suscettibili di valorizzazione speculativa. Si pensano parchi, percorsi, iniziative, usi del territorio in cui gli orti sono una parte essenziale e assolvono al compito di fissare nell’immaginario la bellezza e non più la necessità di coltivare in città, la serenità della città giardino e il valore degli immobili e delle attività commerciali adiacenti, o cose simili.
    Per fortuna, più o meno nello stesso periodo in molti paesi europei si sviluppano diverse iniziative che a partire dalla salvaguardia del territorio interpretano in modo decisamente più radicale la sua difesa e il suo uso. Si contrasta duramente la costruzione delle infrastrutture per i treni ad alta velocità, per gli aeroporti, si occupano terreni demaniali per sottrarli alla vendita. L’azione diretta prova a farsi strada e in più di un’occasione crea situazioni dov’è possibile organizzare la propria vita sulla base di un più stretto rapporto con le proprie idee. Si occupano interi villaggi, si cerca di dare sostanza allo spirito di difesa dell’ambiente, all’autonomia economica, a rapporti più liberi; nascono comuni. In molte case occupate e centri sociali delle città s’impiantano orti, si organizzano incontri di alfabetizzazione orticola, di scambio di semi, mercatini di prodotti della campagna e della montagna di produttori che non sono o non vogliono inserirsi nel mercato preferendo forme di scambio più eque e trasparenti. Gli orti urbani, la vita agreste e montana, l’autoproduzione di cibi salutari e biologici sono entrati nella sfera di un sentire e agire condiviso con animalisti, vegani, antispecisti, primitivisti, luddisti, che insieme rappresentano gli ambientalisti radicali di questi primi anni del XXI secolo.
    Quelli della generazione degli anni ’60 dell’altro secolo, gli hippies, hanno iniziato il loro movimento impedendo che fosse asfaltato un terreno piantandoci alberi e fiori. Non erano soli a piantare le rose e la città di Berkeley fu occupata dalla guardia Nazionale Californiana per due settimane prima che ritornasse l’ordine. Si radunavano nei boschi, portavano i capelli e la barba lunghi, giravano a piedi nudi, le donne portavano fiori tra i capelli e lunghi vestiti colorati; molti fumavano marijuana. Praticavano l’amore libero. Occupavano terre per fare giardini, vivevano in comune nel rispetto più scrupoloso per l’ambiente, sperimentavano forme di energia alternative, bruciavano cartoline di chiamata alle armi – c’era la guerra in Vietnam – e disertavano fondando comuni; i loro fiori, messi nelle canne dei fucili della polizia, hanno contribuito a fermare una guerra. Si sono inventati il biologico, Woodstock e molto altro. Non poco per dei fricchettoni coltivatori di orti.

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