JOHN ZERZAN: IL CREPUSCOLO DELLE MACCHINE. Pagine 136

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Descrizione

Cominciamo con ogni probabilità ad assistere al crepuscolo effettivo del paradigma tecno-industriale, o almeno ai suoi primi segnali. Le promesse dell’illuminismo non sono state mantenute; la modernità non solo non funziona, è un disastro in continua crescita e ora chiaramente visibile. La spoliazione della vita quotidiana va di pari passo con quella dell’ambiente fisico e la crisi si acuisce. L’ultima ideologia sembra essere quella della tecnologia stessa. Ma la tecnologia sta peggiorando le cose, dalle malattie resistenti agli antibiotici alla crescente vacuità e freddezza della tecno-cultura. Siamo tutti condizionati e addomesticati da una tecnologia che continua ad avanzare. E lungo la strada spunta la verità più segreta: un’esistenza completamente mediata, protesica, non è vivere per davvero.Ci dev’essere un’alternativa e siamo al punto in cui non è più possibile evitare questa discussione.La situazione drammatica in cui versiamo ci indirizza verso una soluzione: l’abbandono volontario della modalità di vita industriale che non è una rinuncia, bensì una regressione salutare.Il rifiuto di una rottura totale corona e solidifica un pessimismo che spinge al suicidio. I nostri primi passi verso la liberazione possono essere guidati solo da visioni che non siano definite dalla realtà attuale. Non possiamo permetterci di continuare ad agire alle condizioni dettate dal nemico.

Recensioni

  1. :

    Il crepuscolo delle macchine di John Zerzan, Nautilus, 2012, 10 euro

    Ampiamente tradotto in italiano – da Dizionario primitivista (Nautilus 2004), a Pensare primitivo: Elementi di una catastrofe (Bepress, 2010) –, Zerzan è il capofila dell’anarco-primitivismo statunitense. Una tematica della teoria libertaria non facile da districare, fra percorsi eclettici e detrattori accademici. Non ci troviamo, tuttavia, in uno scenario catastrofista, tipo La nube purpurea, di M. Shiel (1901), in cui si prospetta l’azzeramento planetario. L’autore lancia piuttosto un messaggio, che scorre come un viaggio transtemporale capace di «ammazzare il tempo», nella ricerca di un futuro ecovivibile, costruito su palafitte ideali dell’età paleolitica. Occorre lottare contro la tecnologia e l’alienazione, per «affrontare ogni cosa e cambiarla». Zerzan colloca nel Neolitico, l’epicentro della «società classista (che) inizia con la divisione del lavoro». Il «periodo assiale», individuato da Karl Jaspers, afferma l’autore, segnò «il capovolgimento completo dell’equilibrio natura-cultura». L’addomesticamento, l’allevamento e l’agricoltura, insieme alla guerra e alla nascita di nuove religioni e linguaggi simbolici, divennero le direttrici estensive del nuovo antropocentrismo distruttivo, che perdura. Questa visione antievolutiva, libertaria, vede nella tecnologia dispotica, principiata dall’età del ferro, l’antitesi della natura comunitaria dei primitivi, «cacciatori e raccoglitori» del Paleolitico. Si consumò quindi la fine della «spiritualità autentica (che) è una funzione importantissima del nostro legame con la terra», scrive Zerzan. Che, rivolto al presente della globalizzazione, porta al calor bianco la fusione negativa, fra tecnologia, modernità, macchine, intese come «ingiunzione a dimenticare, solvente di significato», e postmodernismo, «suo portavoce culturale». La visione del nuovo soggetto sociale, accoglie molte delle riflessioni di Unabomber, alias Kaczinski, ìl quale – scrive l’autore – ha permesso, contro il nichilismo postmoderno, di «diagnosticare la condizione dell’individuo nella società, e di sfidarla». Difficile immaginare come i teorici contemporanei post-gauchisti (della de-crescita – Latouche, della de-celerazione – Rosa, o del de-consumismo – Ariès, ecc.) potrebbero rapportarsi a varie affermazioni dell’autore: dalla critica del linguaggio e delle religioni, fino al «luddismo» della cultura moderna, disseminato nel testo. Incontestabile, non solo a livello libertario, è il fatto che: «la rivoluzione può essere ridefinita solo in contrasto col (sedicente) progresso». Il Crepuscolo delle macchine è tradotto da Marco Camenisch (detenuto nel carcere di Regensdorf, in Svizzera), con il contributo di Matteo Lombardi e Syd Migx.

    Ermanno Gallo (tratto da Le Monde Diplomatique, luglio 2013)

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