Gilberto Camilla: Universalità dell’esperienza psichedelica (introduzione, ALTROVE N°1 – 1994)

Gilberto Camilla: Universalità dell’esperienza psichedelica (introduzione, ALTROVE N°1 – 1994)

INTRODUZIONE

L’interesse per Nautilus alla collaborazione con la SISSC è legato a quello coltivato da alcuni suoi componenti per gli stati di coscienza indotti dalla musica, dalle tecnologie elettroniche, dalle sostanze psicoattive e dal loro impatto, uso e significato nella società attuale oltre che alle prospettive individuali e collettive che si aprono in conseguenza dell’uso sempre più massiccio di sostanze chimiche e tecnologie che alterano lo stato di coscienza ordinario. In questa moderna “civiltà”, è sempre più difficile riuscire a scindere l’individuo dalla società, così come (e soprattutto), diviene impossibile separare l’uomo dai suoi manufatti, dalla tecnica e dalle sovrastrutture burocratiche che gestiscono questa tecnica per l’ordinamento ed il coordinamento delle forze che vanno a formare la società stessa. In un tale panorama, in cui la creatività dell’uomo e i suoi prodotti sono sempre più slegati dalle reali possibilità di appropriazione, per la loro esasperata frammentazione e specializzazione, inevitabilmente l’individuo si viene a trovare in una situazione di fittizio benessere, in cui la completezza della persona è stata sostituita dall’accaparramento e accumulo dei beni, di denaro o di privilegi. L’interiorità ne viene inevitabilmente a soffrire, a mancare di completezza, di compimento, ed è probabilmente questa una delle fonti primarie del senso di inappagamento e schizofrenia che attanaglia noi tutti. E la situazione non è certamente semplificata né attenuata dall’atteggiamento di sospetto se non di deciso divieto che le sovrastrutture burocratiche, quali esse siano (governo, chiesa, lavoro, sport) hanno nei confronti delle sostanze psicoattive, ma più in generale con tutto ciò che può comportare una fuga dalla s(t)olida realtà. Dopo avere privato, sotto l’egida del progresso, l’individuo della capacità di rimanere possessore del suo corpo e del suo tempo, in un percorso parallelo, ma più brutale, le possibilità di fuga dell’individuo sono state impedite anche verso il sé, verso la propria psiche, la sala comandi di ogni corpo deve rimanere ben chiusa a chiave. “ALTROVE” non è un elogio alla fuga interiore, non è l’inno a volgere lo sguardo per ritrovarsi chissà dove, né è il motto dell’antropologo che ritrova, con curiosità tutta moderna, tracce dei primordi dell’umanità da sezionare e classificare. Possa il titolo dell’annuario funzionare da quesito al quale per primi proviamo a rispondere. Le pratiche, i mezzi per raggiungere questo altrove sono molto differenti tra di loro ma rispondono tutte a una funzionalità ben precisa; come se numerosi e disparati mezzi di trasporto, i più diversi tra di loro, portassero tutti alla stessa destinazione, a un unico capolinea, pur partendo da situazioni, epoche e luoghi così distanti tra di loro. La destinazione è sempre la stessa, da milioni di anni, il compimento dell’uomo (della donna) in una sua più perfetta forma, completa anche se temporanea, ma capace di proiettare la sua lunga ombra nella propria vita. E per mantenere un atteggiamento corretto verso di sé e verso le pratiche, le sostanze qui riportate, vi ricordiamo ancora che l’altrove, l’indigeno, lo sciamano, l’uomo (e la donna of course…) primordiale, ancestrale si muove e vive molto più vicino di quanto si possa immaginare, e di quanto egli stesso immagini. Nella speranza che questo volume possa divenire un baedeker da portare sul cruscotto della propria mente, che il viaggio inizi e non abbia più termine.

Gilberto Camilla: Per una scienza degli Stati di Coscienza

Questo è un libro che parla di Stati di Coscienza e di Stati Alterati di Coscienza. Affronta cioè uno dei campi più discussi e fraintesi della nostra stessa esistenza in quanto esseri umani. Ma che cos’è realmente la coscienza? Cosa si intende quando si dice che sotto l’effetto di una sostanza psicoattiva il nostro stato di coscienza viene alterato? Le manifestazioni che chiamiamo Stati Alterati di Coscienza (SAC), il cui utilizzo verrà chiarito dai vari Autori nelle pagine che seguiranno, comprendono sì gli stati mentali prodotti da sostanze psicoattive, chimiche e vegetali, ma anche tutta una serie di fenomeni molto vasti, quali l’estasi, la trance, la possessione, la meditazione, ecc. La maggior parte di questi fenomeni è stata storicamente studiata in maniera più continuativa da discipline quali l’antropologia, la sociologia, la storia delle religioni che non dalla psicologia. E se c’è qualcosa che ha unito la maggior parte degli studiosi in questo campo, da Durkheim a Eliade, è una sorta di fiero antagonismo nei confronti della psicologia, un latente e a volte manifesto disprezzo per gli aspetti simbolici e profondi dei fenomeni da loro studiati. Sembrano impegnati a restringere i compiti della psicologia alle anomalie individuali, perciò del tutto irrilevante per la comprensione dei fenomeni in questione. Non a caso lo studio di altri fenomeni, sempre manifestazioni di SAC ma con connotazioni più nettamente “individuali” e/o anomale, quali l’isolamento sensoriale, le privazioni alimentari, il sogno, l’ipnosi, le dissociazioni nevrotiche e psicotiche, è al contrario, monopolio della psichiatria e della psicologia clinica. Riprenderemo più avanti queste considerazioni, ma prima di proseguire è necessario definire, sia pure schematicamente, l’oggetto della nostra ricerca e chiarire ai lettori meno addentro a una terminologia tecnica, alcune definizioni. Coscienza e Stati di Coscienza. Il nostro Stato di Coscienza Ordinario (SCO) che possiamo anche chiamare stato di coscienza normale o comune, non è un qualcosa di dato, di naturale, ma una costruzione estremamente complessa, una struttura, un meccanismo, uno strumento che ci consente di muoverci nel nostro ambiente, fra la gente. Uno strumento che ci permette di far fronte alla realtà esterna e di affrontare una realtà consensuale, una realtà sociale. Finché tale realtà consensuale, nonché le esperienze e i valori che ne sono alla base, rimangono sostanzialmente inalterati o stabili, avremo un’idea abbastanza chiara di cosa costituisca per un individuo una coscienza “normale” e di quali siano le deviazioni “patologiche” da quella norma. Oggi, nel momento in cui la nostra società sta attraversando una fase di molte e forse fondamentali trasformazioni, in cui molti dei pilastri politici, religiosi, morali ed emotivi della nostra cultura sembrano perdere la loro validità come punti di riferimento per le nostre menti, molti concetti, quali “normale” e “patologico”, “scienza” e “spiritualità”, cominciano anch’essi a perdere il loro significato rigido e ci pongono di fronte ad una serie di interrogativi. Per Stato Alterato di Coscienza si intende uno stato di coscienza diverso da quello ordinario, assunto come stato di base. Esso è un nuovo sistema dotato di proprietà uniche sue proprie, una ristrutturazione della coscienza, e non a caso viene da colui che lo esperimenta vissuto come un cambiamento, spesso radicale, nel modo in cui la sua coscienza funziona abitualmente. Un’analogia con il mondo dei computer ci aiuta a capire meglio queste definizioni. Un computer ha un programma complesso composto di molti sottoprogrammi, paragonabile allo SCO.; se noi lo riprogrammiamo in maniera notevolmente diversa, gli stessi tipi di dati input possono essere elaborati in modo molto diversi. Sulla base della nostra conoscenza del vecchio programma noi non possiamo fare molte previsioni sugli aspetti delle variazioni dell’input, anche se il vecchio e il nuovo programma hanno alcuni sottoprogrammi in comune. Il nuovo programma con le sue interazioni input-output dev’essere studiato in quanto tale. Un SAC è analogo, rispetto allo SCO a un cambiamento temporaneo nel programma di un computer. Stati Alterati di Coscienza sperimentati pressoché quotidianamente da tutte le persone sono gli stati di sogno, gli stati ipnagogici e ipnopompici, gli stati transizionali tra il sonno e la veglia. Molte altre persone sperimentano altri SAC, patologie psichiche o mentali, ebbrezza alcolica o, interessa più da vicino l’oggetto di questo libro, stati derivati da droghe allucinogene, stati meditativi, ipnotici o autoipnotici, stati di possessione. Scienze Umane o Scienza Psicologiche: un conflitto sanabile? Parlavamo poc’anzi di una sorta di conflitto fra scienze umane e scienze psicologiche, conflitto che a ben guardare non ha alcun senso di esistere, in quanto chiunque si occupi di Stati di Coscienza, a livello professionale o per semplice curiosità personale, come studioso o sperimentatore di stati “diversi” di coscienza, si imbatte inevitabilmente in problemi antropologici, etnologici, teologici, sociali, ma anche contemporaneamente in problemi psicologici, fisiologici, farmacologici, neurochimici e politici. Lo studio e l’analisi dei SAC ci porta infatti in una dimensione che è sì collettiva, culturale, religiosa, ma al tempo stesso una esperienza individuale, psichica e terapeutica, e contemporaneamente un “qualcos’altro”, un qualcosa che attraversa tutti questi ambiti di esperienza, un qualcosa che non ha ancora trovato posto adeguato all’interno delle nostre categorie metodologiche, un qualcosa che ci pone di fronte ad un enigma della psiche e della cultura che in qualche modo continua a sconcertare il nostro spirito analitico. Un qualcosa che è ancora in attesa che noi gli troviamo il suo statuto nel nostro codice occidentale e industriale, uno statuto che sia equidistante da una rigidità scientifica ortodossa e da un’apologia “underground” o , peggio ancora, da un’alienazione deculturata. Credo allora che in questo momento sia importante che la ricerca, per riprendere un articolo di Samorini (G.Samorini, Stati di coscienza e vegetali psicoattivi: attualità della ricerca in Italia e in , Boll. S.I.S.S.C. n.0, autunno 1991), vada nella direzione di una “integrazione cognitiva sui diversi modi d’espressione e d’interpretazione delle esperienze a carattere ierobotanico sviluppatesi in Europa e nel mondo”. Questo vorrebbe dire uscire da una sorta di stagnazione che caratterizza la ricerca attuale, ma anche superare tutta una serie di conflitti di “competenza” all’interno del mondo scientifico e cosa forse più importante al fine della comprensione dei meccanismi degli stati di coscienza, l’abisso di incomprensione e diffidenza che separa oggi il ricercatore scientifico dall’individuo che fa uso di tecniche allo scopo di ottenere determinati stati alterati di coscienza. Come studioso ormai ventennale di quel campo che amo definire “etnobotanica psichedelica” e come psicoterapeuta di professione, il mio contributo personale non può basarsi su interpretazioni finalistiche, ma soltanto essere specchio di interrogativi che siano altrettante strade di ricerca da percorrere. Coscienza lucida e Coscienza Alterata. Il concetto di alterazione presuppone una coscienza lucida precedente, che verrebbe in seguito modificata, così come si può alterare la limpidezza di un lago alpino. Ma queste “alterazioni” che molti studiosi chiamano “stati secondari” non sono per nulla una modificazione secondaria. Al contrario è la coscienza lucida (Io cosciente) a essere seconda, una specie di coscienza “mutilata” e asservita alla necessità e alle esigenze della realtà esterna. La coscienza cosiddetta alterata è la coscienza allo stato primario, coscienza anteriore, “originaria”. Ma dal momento che il processo evolutivo (ontogenetico e filogenetico) ha portato nuove stratificazioni, e dal momento che questa coscienza arcaica è tenuta sotto controllo (Principio di Realtà), essa apparirà come “alterata”, “esplodente” o “spezzata” ogni qualvolta venga ritrovata e riportata alla superficie. Anche perchè esiste sempre la coscienza vigile e non è possibile una perdita completa della realtà. Queste considerazioni ci portano ad affrontare un aspetto che coinvolge direttamente la mia vita professionale: i SAC vanno inquadrati nel concetto di “normalità” o di “patologia”? Non ritengo corretto, a differenza della psichiatria classica, considerare tutti gli stati alterati di coscienza come patologici, essendo di per sé fenomeni normali con una neuro-fisiologia ben definita: è la cultura, intesa come insieme di norme e credenze, che impone un contenuto e un significato; è la cultura e più precisamente l’immaginario sociale che, a seconda dei casi, può reprimere o facilitare la ricerca e l’espressione di determinati SAC. Invece buona parte della psichiatria classica liquida gli stati alterati di coscienza come l’anticamera del manicomio e considera le società primitive alla cui base troviamo sempre un culto di gestione dei SAC come una specie di manicomi istituzionalizzati per selvaggi. Secondo questo punto di vista la ricerca e l’esperienza di stati alterati di coscienza è di per sé cosa non per gente sana, ma solo per chi ha la mente disturbata. Sotto un punto di vista strettamente teorico questa considerazione trova una sua validità: un individuo psicotico ha visioni e manifesta vari gradi di allucinazioni (visive, uditive, tattili, gustative); così per molte persone l’uso di sostanze allucinogene è solo una fuga da una realtà soggettivamente frustrante. Ma dall’altra è anche vero che molti artisti, intellettuali e anche scienziati, hanno usato (e usano) sostanze psicoattive che modificano lo stato di coscienza ordinario, e nessuno si sognerebbe per questo di mettere in discussione la loro sanità mentale. Neppure ci sogniamo di liquidare la cultura giovanile degli anni ‘60-‘70 (anche se qualcuno lo fa…) come fenomeno di competenza psichiatrica. Eppure tale cultura faceva delle droghe leggere un’esperienza centrale e socializzante. Certamente sulla cultura underground possiamo esprimere giudizi politici anche negativi, possiamo criticarne valori e ideologie, ma certamente dobbiamo riconoscere in essa una forza che spingeva verso nuovi valori, anche sociali e politici, non certo una fuga di massa autodistruttiva e psicotica. Il Revival della Psichedelia. Dopo anni di apparente oblio le sostanze allucinogene stanno “ritornando di moda”: i giornali americani, ma anche quelli italiani, riportano notizie che indicherebbero che i giovani stanno riscoprendo la psichedelia. È un fenomeno da analizzare molto attentamente. E oggi che sappiamo molto di più di quanto non sapessimo trent’anni fa su queste sostanze, sui loro meccanismi neurofisiologici, sui loro reali pericoli, lo possiamo fare in maniera molto più precisa, consapevoli anche del fatto che simile analisi porterà, prima o poi, inevitabilmente, a posizioni sia etiche che politiche. D’altronde se non riconosciamo nell’ideologia underground un approccio valido e corretto a queste tematiche, neppure possiamo lasciarci trascinare dalla facile tentazione di confinare (e quindi minimizzare) le esperienze di “altra coscienza” provocate dalle cosiddette droghe sacramentali come “religioni immediate”, né d’altro canto dobbiamo turbarci troppo per il fatto che la casistica clinica abbondi di descrizioni di analoghe esperienze mistiche. Credo anche che un nostro limite sia ancora quello di concepire gli Stati Alterati di Coscienza come un fatto da un lato enigmatico e perturbante, dall’altro come un fenomeno sostanzialmente esotico, lontano dalla nostra cultura e senza quindi una possibile incidenza sulla nostra esistenza quotidiana e collettiva: le esperienze estatiche si producono “altrove”, in società primitive o, se proprio avvengono anche da noi, soltanto in contesti marginali. Certo, è vero, non si producono più da noi, salvo eccezioni per altro molto rare, fenomeni di trance collettiva o riti sciamanici, ma come possiamo parlare di marginalità quando le droghe leggere e gli allucinogeni diventano, nonostante la repressione, prodotti di consumo corrente? Credo sia il momento di rovesciare un’ottica che nostro malgrado è etnocentrica, moderna e democratica rivisitazione del mito del “Buon Selvaggio”, e partire dalla nostra stessa esperienza culturale, europea e industriale. Forse dobbiamo addirittura superare l’apparente evidenza di un’assenza di “altra coscienza” nella nostra civiltà industriale: in molte situazioni, dai gruppi di autocoscienza a quelli di espressione corporea, dalla danza alla musicoterapia, si può sentire salire dentro di noi una “diversa” coscienza, una coscienza che spinge per uscire, un insieme di potenzialità assopite ma sempre pronte a risvegliarsi. Lo stesso processo psicoterapeutico si fonda sul medesimo assunto teorico, anche se pochi colleghi sarebbero disposti ad ammetterlo: lo scopo di una psicoterapia è quello di costruire un uomo “nuovo”, più libero da ansie e conflitti interiori, in grado di mantenere un equilibrio soddisfacente fra pulsioni e realtà. Se il risveglio degli stati alterati di coscienza è allora una possibilità niente affatto misteriosa, un risveglio che può sempre essere attuato, dobbiamo interrogarci sulla loro effettiva scomparsa nella nostra cultura, e perchè. Comunque li si voglia vedere, gli Stati alterati di Coscienza ci rivelano l’esistenza di un inconscio che è, al tempo stesso, luogo della ripetizione e luogo del desiderio. Comunque li si voglia vedere essi sono, come hanno intuito gli sciamani dell’antichità e i poeti di tutti i tempi, un mezzo per incontrare noi stessi e gli altri a livelli che ci sono abitualmente sconosciuti. Un mezzo per scrutare dentro l’abisso della nostra stessa vita. La riscoperta delle droghe allucinogene da parte dei giovani va forse inquadrata in questa direzione, una riscoperta di strumenti atti a risvegliare quel “qualcos’altro” che è dentro di noi. È necessario però mettere bene in chiaro una cosa: queste “droghe” non sono un giochetto per bambini, sono sostanze che vanno prese estremamente sul serio. Certo, non danno assuefazione, non distruggono le cellule cerebrali, sono da un punto di vista fisiologico pressochè innocue, ma proprio per la peculiarità della loro azione psichica, comportano una serie di pericoli, spesso sottovalutati. Queste sostanze provocano una radicale e repentina modificazione di coscienza: il mondo esterno, ma anche quello interno, subiscono una profonda trasformazione che sopprime gli ordinari confini fra reale e fantastico. La cosa può essere fonte di gioia, ma può anche far sprofondare lo sperimentatore in un mondo di terrore puro. I pericoli legati a un uso incontrollato, sconsiderato e in qualche modo “deculturizzato” di queste sostanze consistono principalmente nella difficoltà di integrare l’esperienza della trasformazione del mondo interno ed esterno nella realtà ordinaria; se questa integrazione non avviene, l’individuo può subire un crollo psicotico anche permanente. L’esperienza psichedelica in altre parole, ci porta nelle profondità della nostra mente, dove estasi e follia non hanno più confini delimitati con precisione. Le popolazioni primitive conoscevano molto bene questi pericoli, non a caso inserivano l’uso di queste sostanze in un contesto rituale estremamente rigido, allo scopo appunto di convogliare e integrare l’esperienza in una dimensione psichicamente innocua. Per i primitivi queste sostanze non erano ricreazionali, ludiche, erano piante sacre. Chiunque le prendesse senza adeguata preparazione e senza la sorveglianza dello sciamano, sarebbe diventato pazzo. Era una modalità d’uso a dir poco saggia, ben lontana da quella spesso alienata e alienante della nostra cultura. Per una Scienza degli Stati di Coscienza. È facile a volte, perdersi nelle proprie riflessioni e accorgersi a un certo punto di aver perso linearità nell’esposizione e nel presentare le riflessioni stesse. Il risultato è che il lettore si sente smarrito, non capisce più da dove si era partiti e dove si voglia arrivare. Credo di essere giunto a questo punto critico, e quindi è necessario tirare un po’ le somme di quanto detto finora. Siamo partiti dalla costatazione che lo studio dei SAC porta con sé tutta una serie di problemi e interrogativi etici, farmacologici, scientifici, politici. Abbiamo inoltre constatato l’esistenza di un conflitto fra le scienze umane e le scienze cliniche rispetto alla possibilità di ricerca sugli stati di coscienza. Un altro conflitto, non meno grave, è fra osservatore e sperimentatore, fra “scienza” e “pratica”, fra, per usare la terminologia di Charles Tart, “pensiero convenzionale” e “pensiero anticonvenzionale” (“Straight” e “Hip”). La maggior parte degli sperimentatori di SAC, dal consumatore di droghe leggere a chi si dedica a pratiche di meditazione, guarda con occhio decisamente critico, se non con totale rifiuto, alla scienza. È un atteggiamento che non può essere del tutto criticato: anche qui siamo di fronte ad un conflitto, un conflitto che nasce da un’esperienza diretta di SAC da una parte, e il rifiuto, il misconoscimento, da parte dell’ambiente scientifico dall’altra, delle conoscenze ottenute durante l’esperienza dei SAC. Per esempio, un soggetto prende una droga allucinogena e dice al ricercatore che non esiste un “Io” e un “Tu”, che tutti sono un’Unità. Il ricercatore a questo punto annota che questo soggetto mostra “confusione di identità e distorsione nel pensiero”. Entrambi riportano quello che per la loro esperienza è ovvio. Ma è proprio inevitabile che lo psichiatra o lo psicologo clinico continuino a portare avanti delle ricerche con l’implicito scopo di mostrare che coloro che usano sostanze psicoattive o praticano la meditazione sono individui che vogliono sottrarsi alla realtà? È proprio inevitabile che chi ricerca ed esperimenta stati “diversi” di coscienza continui a considerare il ricercatore scientifico come un individuo prevenuto e repressivo? Non è forse giunto il momento che la scienza tratti adeguatamente le esperienze di queste persone? Finché le due parti manterranno questa logica, la comunicazione sarà meno di zero. Credo sia indispensabile superare questi conflitti. Per comprendere adeguatamente gli stati di coscienza, per comprendere noi stessi come esseri umani, è più che mai necessario sviluppare, come proponeva Tart vent’anni fa, una scienza specifica degli stati di coscienza. In tutta la sua storia l’uomo è sempre stato influenzato da fattori emotivi, mistici e spirituali, espressi simbolicamente nelle religioni. E le esperienze spirituali e mistiche sono essenzialmente fenomeni di stati alterati di coscienza. Eppure in tutto il tempo in cui la scienza occidentale è esistita, pochissimi tentativi sono stati compiuti per comprendere i SAC in termini scientifici. Molti hanno creduto che le religioni fossero semplicemente una forma di superstizione, che sarebbero state abbandonate nella nostra era razionale e scientifica. Questa possibilità non solo non si è concretizzata, ma oggi siamo in grado di dubitare che ciò mai avverrà. Per contro al nostro immenso successo nello sviluppo della scienze fisiche non ha corrisposto il pur minimo successo nel formulare migliori filosofie di vita o nell’aumentare la conoscenza di noi stessi. Le scienze che abbiamo sviluppato sinora non sono certo delle “scienze umane”: ci dicono come fare le cose ma non ci forniscono alcun mezzo scientifico di discernimento su cosa fare, cosa non fare e perché fare le cose. I giovani di oggi e molti ricercatori coerenti si rivolgono in numero notevole alla meditazione, alle religioni orientali, all’uso personale di droghe psichedeliche. I fenomeni incontrati in questi Stati Alterati di Coscienza forniscono risposte diverse da quelle della “Ragion Pura” e fanno intravedere altre associazioni e altri collegamenti. È difficile predire la possibilità di sviluppare una scienza specifica degli stati di coscienza, ma è giunto il momento di provarci.