Introduzione (ALTROVE N°2 – 1995)

Introduzione (ALTROVE N°2 – 1995)

INTRODUZIONE

Non molto tempo è passato dalla pubblicazione del 1° volume di ALTROVE, eppure molte situazioni sono mutate e con esse molte persone: chiaro sintomo di essere sulla buona strada, di toccare le giuste corde.
Non è luogo questo per analizzare ciò che sono stati gli anni ’80. Certo è che da quegli anni si è ulteriormente acuita la sensazione e più concretamente, la possibilità di incidere come individui associati nelle realtà politiche e sociali fondamentali. Già si era persa per strada la possibilità stessa di essere responsabili primi del proprio mantenimento e della soddisfazione dei propri bisogni. Oggi, a domande tipo: quale controllo possiamo noi avere sulla catena alimentare che ci mantiene in vita? di quali strumenti possiamo far uso per incidere realmente nella società ? che possibilità abbiamo di gestire il tempo e di quanto tempo disponiamo per prenderci cura della nostra crescita fisica-psichica? siamo oggi in grado di rispondere sulla base di progetti quasi esclusivamente individuali. Non a caso, anche se con un malcelato senso di sconfitta, la critica radicale all’esistente si sta attestando sull’ultimo baluardo, l’ultima frontiera, ovvero il corpo umano. Questa progressiva “ritirata” può però portare a una coscienza più profonda del proprio io. A patto di mettere in gioco tutta la posta, corpo e mente, azione e pensiero.
Nell’ambito che ci interessa, la cultura psichedelica anni ’60 tentò di dare risposte concrete a domande e bisogni individuali collocandole in un contesto di sovvertimento collettivo dei valori e delle pratiche sociali. Ma evidentemente è impensabile tentare una riproposta, come tematiche e come entità, della cultura psichedelica di quegli anni, perché non è possibile scindere la coscienza del sé (alterato od ordinario) dall’esistente che ci circonda, e attualmente le condizioni sociali e politiche non sono certo delle più favorevoli per una libera crescita ed espansione dell’individuo.
La cultura psichedelica voleva essere, e per certi versi è stata una cultura di massa, o meglio e più semplicemente una cultura, ovvero esperienze, informazioni, comunicazioni che avvenivano (e avvengono tuttora) in sede comunitaria, esclusivamente tra più persone, non importa se semplicemente tra “maestro e allievo” o in happening di massa: si è sempre trattato di una esperienza comune, condivisibile. L’espansione della psiche ha come mezzo necessario per la sua riuscita un appoggio empatico, comunicativo, guidato dall’esterno (cfr. L’esperienza psichedelica di Leary-Metzner-Alpert) che la conduca attraverso le situazioni standard dell’esperienza psichedelica: l’aspetto oggettivo della sostanza e della psiche umana.
Ora questa visione non è più attuale né attuabile, sia per la differente situazione sociale (alle “masse” sensibili si è sostituito lo psiconauta, il viaggiatore solitario) sia per la diversa necessità e finalità, dello psiconauta stesso. Esiste è vero un grande consumo di sostanze psicoattive (500.000 pastiglie ecstasy la settimana nel solo Regno Unito) legate ai club, dove il binomio ballo-sostanza è diventato oramai indissolubile. Ma se si eccettua una certa stampa legata ai fenomeni giovanili, che si è fatta carico per lo meno di limitare i danni dell’abuso, tale consumo non ha alcun aspetto culturale forte, non presenta una sua propria identità. Non esiste (fatte sempre le dovute eccezioni) una moderna coscienza psichedelica. Non si tratta nemmeno di un’ignoranza in senso lato, di una pura manchevolezza. Il fatto è che in buona parte l’uso di sostanze psicoattive si è per così dire specializzato legandosi a una fascia d’età circoscritta e a situazioni particolari. L’uso è nella quasi totalità circoscritto alle fasce giovanili e alla danza ed esclude così molte possibilità di conoscenza essendo vissuto come parte integrante di una determinata età e all’interno del “mondo della musica”. È nell’ ambito di questo mondo, che si rispecchia fedelmente il percorso compiuto sinora dall’uomo contemporaneo per la riscoperta della trance ipnotica (strettamente legata alla musica) ed estatica (con l’introduzione delle sostanze psicoattive), sviluppando così una simbiosi inestricabile a tre: uomo-danza-sostanza. Le sostanze allucinogene, per la maggior parte dei suoi attuali utilizzatori sono relegate in questo ambito, vincolate ad un contesto ludico. Le stazioni di servizio e di partenza per gli psiconauti sono più le discoteche che i collettivi di autocoscienza, più i rave che gli happening politici, più gli ambiti cyberpunk che non quelli orientaleggianti e meditativi.
È da qui che l’individuo, l’autosperimentatore, prende il volo, si spinge oltre. E oltre, altrove appunto, ci si può arrivare solitari, attraverso un processo di raffinazione dell’esperienza da una parte, ma anche attraverso un allenamento del proprio corpo, o per lo meno una predisposizione che non può tener conto dell’altro, degli altri. Ancora una volta, non una fuga, ma accelerare il proprio passo, alla ricerca della propria completezza che, se nella vita comune ricerca surrogati e palliativi (vita di coppia, hobby e manie quali collezionismo ecc.), negli stati superiori (quando si riesce a mantenerli tali e non si sprofonda invece nella corporeità assoluta sotto il dominio dei propri sensi) di coscienza, tutto ciò di cui ci circondiamo, per brevi momenti che possono però parere delle eternità, scompare o si rivela vacuo, superfluo e superficiale. È la piena coscienza della solitudine, dell’inequivocabile distacco dagli altri che prende il posto su tutto il resto.
Qui termina la comunicazione possibile e con essa – a nostro avviso – la funzione anche di ALTROVE o della SISSC, in quanto l’esperienza personale non è condivisibile, interscambiabile. La solitudine assoluta, in questa unicità globale che è scevra da ogni implicazione morale, che trascende ogni connotazione materiale, diviene completezza anziché mancanza, e lo psiconauta deve imparare a farsi bastante a se stesso. Solamente attraverso l’esperienza personale è possibile tracciare una mappa, una carta geografica da ripercorrere ogni volta mettendo a frutto i passi falsi e le intuizioni delle passate esperienze.
È quindi inevitabile una sintomatica ritrosia nel descrivere tutto ciò che sta al di là sia della coscienza ordinaria, di veglia, che dello stato alterato, in quanto ognuno dovrà cercare la propria formula, la combinazione per aprire le nuove porte che si presentano di là dalla coscienza ordinaria.

I limiti di ALTROVE, dicevamo, si presentano quando oltre che conoscere attraverso quali porte è possibile l’accesso, si vuole, nell’al di qua, anche sapere a cosa queste porte aprono e ciò che ancora più in là sarà possibile trovare. Sarebbe ingenuo, nel migliore dei casi, o in malafede indicare una precisa via da seguire e un preciso obiettivo da mirare.
Può porre qualche problema anche il lessico. L’introduzione del termine “enteogeno” (rivelatore della divinità interiore) a sostituzione del termine di uso più comune “psichedelico”, è di per sé sintomatica e indicativa; così come è altrettanto indicativa la quasi totale scomparsa dal lessico scientifico o esperienziale, nel campo degli studi sugli stati modificati di coscienza, del termine “allucinogeno” e benché questi termini siano tranquillamente applicabili alle medesime sostanze (eccezion fatta per l’ecstasy che non è catalogabile come allucinogeno). Il termine enteogeno può comportare interpretazione e approcci diametralmente opposti, e con essi portare ad esperienze travisate o alterate. Quello che noi troviamo al di là della coscienza ordinaria è come l’inventario di un grande magazzino, un enorme archivio; il metodo di classificazione di tutti i dati assume per questo una rilevanza fondamentale per la fruizione dei contenuti. Quindi ciò che noi apprendiamo coscientemente e come lo apprendiamo, riveste un’importanza fondamentale. Altrettanto fondamentale per la comprensione, l’interpretazione, la fruizione dell’esperienza è la chiave di “lettura’” che viene utilizzata e il termine “enteogeno”, benché si spinga oltre, più in alto del termine “psichedelico” e dimostrandosi più adatto di quest’ultimo alla missione dello psiconauta, presenta un grosso dilemma nella sua immediata comprensione.
La scoperta della divinità a noi interna può essere intesa come una vera e propria genesi dell’io trascendente, come creazione pratica, partendo da metodologie meditative e reattivi chimici, mantenendo però sempre una coscienza vigile e attiva su tutto il procedimento. Si diventa così demiurgo del proprio io trascendente. Oppure può venire intesa come “rivelazione” di un’entità esterna in noi, di un dio supremo o di un nostro io distaccato dalla nostra essenza, al quale ricongiungerci.
Questi due diversi modi di intendere l’enteogenicità comportano anche, come già detto, una diversità dell’esperienza trascendente e anche una diversa interpretazione della stessa.
Alla base della prima ipotesi vi è una coscienza profondamente atea e individualista che rifiuta la sottomissione dell’individuo, dello psiconauta, a un’idea astratta e a una rappresentazione del sé. Pone il suo io al centro dell’universo sensoriale e in questa posizione lo espande, verso piani più avanzati di conoscenza e di coscienza. La visione mistica dell’esperienza enteogena porta a una concezione differente: la realizzazione (entità suprema, io astrale…) esterna alla propria coscienza, alla propria persona, trasforma lo psiconauta in un essere incompleto, effimero che troverà compimento solamente attraverso il ricongiungimento con l’altro. Quindi si creerà al di sopra del proprio essere una serie di sovrastrutture fittizie alle quali dovrà rendere conto, alle quali dovrà sottostare, ricavando così un ulteriore senso di incompletezza, di inferiorità; mitigata dall’anelito del ricongiungimento con l’altro.
La scelta della via da percorrere di solito sfugge alla volontà, in quanto viene dettata dalle più profonde reminiscenze culturali impresse nella nostra memoria, nel nostro subconscio. È importante, fondamentale a nostro avviso la maggiore chiarezza e serenità nell’approccio a tale esperienza, il non porsi alcun limite o dogma precostituito. È la pratica di una deriva nella propria coscienza che dovrebbe guidarci. La massima libertà d’azione, di scelta nell’esperienza diverrà l’inizio che segna tutta l’opera. Mantenere aperte tutte le possibili variabili di percorso, ricercando con insistenza e discernimento ciò che può dimostrarsi metabolizzabile ed esperibile. Il viaggio, la ricerca, necessitano una costanza ed una perseveranza non liquidabili in pochi e magari sterili tentativi. Diamo la massima rilevanza all’approccio a tali esperienze, al salto iniziale che smuove l’individuo. Effettuando questo salto iniziale è possibile che il viaggio possa portare in luoghi della propria mente dove le divisioni e i muri che inquadrano i corpi e il pensiero in labirinti apparentemente inestricabili si rivelino effimeri e caduchi al solo sguardo. Non c’è psiconauta se non si impara a lasciarsi alle spalle le macerie fumanti delle nostre costrizioni, non c’è alcun viaggio ma solo ripetitivi e rassicuranti sballi dagli esiti (volutamente) scontati.