BENJAMIN PÉRET: IL PASSEGGERO DEL TRANSATLANTICO. Pagine 20 (esaurito).

Péret è comunista, trotskijsta, anarchico, miliziano in Spagna nel ’36, carcerato per attività sovversiva come soldato nell’esercito francese, evaso e clandestino in Francia, fuggiasco in Messico. Fino all’ultimo non smetterà mai di vivere “surrealmente” secondo il principio per cui “il poeta attuale non ha altra scelta che essere poeta”. Come dire annichilire o ribellarsi, vivere o sopravvivere. L’interesse dei suoi ammiratori soprattutto per l’aspetto della “coerenza” tra pensiero e vita rischia di far dimenticare quella che ne rappresenta l’essenza, vale a dire la poesia. E anche per “Il Passeggero del Transatlantico” vale il giudizio di Breton che riferendosi al linguaggio, dice che Péret fu l’unico a sapere radicalmente togliere “la crosta di significato esclusivo che nell’uso ricopre tutte le parole, e che non lascia praticamente alcun gioco alle associazioni fuori dalle caselle in cui sono confinate a piccoli gruppi dall’utilità immediata e convenzionale”. Con PéRET tutto è permesso e quanto ne risulta è esplosivo puro. “Mai le parole e ciò che esse designano sfuggite una volta per tutte alla schiavitù avevano manifestato una tale esultanza”.

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