ELIAS PETROPULOS: REBETIKO. Vita, musica, danza tra carcere e fumi dell’hashish. Pagine 128, ill.

11.00

221 disponibili

In queste pagine si raccontano i personaggi, i comportamenti, le cose della vita dei rebets e del rebetiko, la musica che li accompagna con i suoi ritmi e il suo stile di vita. Una musica che ispira a danze solitarie in luoghi di marginalità, locali equivoci, carceri, là dove il carcere rappresenta l’unica vera scuola di questa musica. Una musica intrecciata a quella di una sostanza, l’hashish e di coloro che la consumano, gli hassiklides con «quella loro dolcezza e tranquillità tipica che troverò mille altre volte in vita mia, anche se loro sono più interessanti degli ubriaconi e infinitamente più belli dei piccolo-borghesi». Quegli uomini a cui l’hashish «regala rilassatezza, sogni dolci, la desiderata tranquillità che scaccia i pensieri neri».Questo libro consente anche un bell’incontro: quello con Petropulos, l’uomo che osserva e penetra il Senso della Vita. L‘“antropologo urbano” – come si definiva – che fa una scelta di parte. Studia all’Università della strada. Viene incarcerato. Non si annovera tra gli hassiklides, non è un malavitoso ma sta dalla loro parte, dalla parte di quella umanità “comune” dove vede annidarsi – ed esprimersi – il senso della vita, perfettamente consapevole che non c’è un modo rebetiko di pensare, c’è un modo rebetiko di vivere.

Recensioni

  1. nautilus

    La musica dei bassifondi e i dolci fumatori di hashish di Elias Petropulos – Rebetiko
    Il dio dei lettori che mi protegge e mi consola mi ha mandato un segno della sua benevolenza sotto forma di un libro prezioso e, suppongo, non facile da trovare. Ma il benemerito Paolo Barsi della libreria “I Comunardi” di Torino l’ha messo ben in vista vicino alla cassa, facendosi così strumento dell’intervento divino. Per così dire. Il libro è Rebetiko – Vita, musica, danza fra carcere e fumi dell’hashish, di Elias Petropulos, pubblicato dal collettivo Nautilus del quale qui metterò solo un breve estratto delle parole con cui si presenta sul sito: Nel 1981 iniziava il viaggio di Nautilus, un collettivo che da quell’anno porta avanti un’attività – per lo più editoriale – legata ai principi dell’autogestione e alla pratica dell’autoproduzione. All’interno del volume una nota ci comunica che Tutti i diritti sono liberi a norma di collaborazione, solidarietà e mutuo appoggio tra le persone che amano il sapere e l’informazione libera. Qualunque parte di questo libro può essere riprodotta […] Chi fotocopia un libro, chi mette a disposizione i mezzi per fotocopiare, chi comunque favorisce questa pratica agisce in favore di chi desidera sapere e conoscere, avvantaggia un sapere avverso al censo e opera in favore della cultura di tutti. Sicuramente Elias Petropulos avrebbe apprezzato di essere pubblicato da Nautilus. Non conoscevo questo “antropologo urbano” come si definiva, nato nel 1928 a Atene, vissuto poi a Salonicco, di nuovo Atene e infine a Parigi dove si rifugiò nel 1975 per sfuggire alle persecuzioni della dittatura dei colonnelli e degli anni a seguire. A Parigi morì nel 2003, dopo aver pubblicato quasi ottanta libri, tra cui un manuale del buon ladro e un repertorio fotografico di balconi, finestre, porte e altri manufatti popolari greci, tremila foto di cimiteri greci, e soprattutto un’antologia del rebetiko, Rebetika tragudia, in cui sono raccolti più di 1500 rebetika. Fu l’unico greco a avere scritto sul passaporto “ateo” nella casella della religione professata (come era in uso fino a pochi anni fa), anarchico e ribelle, profondamente appassionato di tutto ciò che è umano, sicuramente avrebbe fatto suo anche il mio motto nil humanum mihi alienum puto. Trascorse parecchi periodi in carcere per motivi politici, fu amico di ladri, prostitute, magnaccia, omosessuali (scrisse anche un glossario della lingua degli omosessuali, Kaliarnta, considerato il primo su questo argomento), fumatori di hashish. Speriamo che il collettivo Nautilus pubblichi qualche altro suo testo, mi è rimasta una gran curiosità nei suoi confronti. Ho fatto una ricerca in rete, frettolosa per la verità, ma non ho trovato niente altro di suo in catalogo o in digitale. In questo preziosissimo libretto è racchiuso un mondo che mi ha regalato qualche giorno di felicità perfetta, anche perché su Youtube si trova una massa di materiali relativi alle musiche e alle danze di cui parla, sia in registrazioni originali che cover moderne. E veniamo al rebetiko. Musica popolare ma non folkloristica, prettamente urbana, legata al mondo della malavita (ipokosmos), al carcere, all’hashish, alla taverna. Nasce all’inizio del XIX secolo, ma si collega con altri filoni musicali precendenti, sia tra i greci dell’Anatolia che in Grecia vera e propria, e conosce il suo periodo d’oro tra il 1920 e 1950. I centri sono Salonicco, Pireo, Smirne, Istanbul, Bursa, Ermopulis, Nauplia, Ayvallik, insomma centri urbani più o meno grandi ma quasi tutti porti cosmopoliti e dotati di bassifondi molto vivaci. La diaspora greca dopo la Katastrofì del 1922, la sconfitta subita dai greci da parte dei turchi di Ataturk, fece sì che in Grecia si concentrassero anche i musicisti dell’Asia minore costretti alla fuga dalla Turchia. Il protagonista del rebetiko è il magas, potremmo definirlo un guappo, malavitoso dalle caratteristiche fisiche molto definite: bello, molto curato, con giacca cravatta cappello e fascia in vita in cui teneva le armi, e molto spesso fumatore di hashish, nel qual caso si definisce chassiklìdas. L’hashish si fumava nel tekè, che in turco indica il mausoleo dei pascià o il monastero dei dervisci, una sorta di piccola taverna governata dal teketzìs, personaggio autorevole nel mondo dei bassifondi, che preparava il narghilè che regala la mastura, lo sballo. Nel tekès regna l’ordine, il silenzio e la gerarchia. Lì i più giovani rispettano i vecchi. I tekès sparirono a favore delle taverne e dei caffè, al posto del narghilè arrivò lo spinello, ma la nostalgia del narghilè non passò e in molte canzoni lo si invoca. Ci sono anche gli eroinomani, i presakides, ma mentre il fumatore di hashish ama la bella vita, è dolce, tranquillo e piacevole, l’eroinomane è un miserabile, decaduto, sfigato, fastidiosissimo, geloso, e anche pericoloso. I due gruppi non vanno d’accordo e non si mescolano. La mastura faceva venire voglia di suonare e di ballare, e nel tekès o nel caffè c’erano sempre, appesi alle pareti, degli strumenti a disposizione dei clienti: il baglamas, l’uti, il santuri e soprattutto il buzuki, ora strumento simbolo della Grecia, che proprio grazie alla riscoperta del rebetiko negli anni settanta ha raggiunto la fama internazionale. Nel testo ci sono ottime schede sugli strumenti. Qualcuno suonava e subito un magas iniziava a danzare lo zeibekiko, danza solitaria, lenta, severa e dai passi non codificati. Un’altra danza era il chassapikos, che si danza in due o tre tenedosi per le spalle, ha passi prestabiliti e richiede una perfetta sincronia. In fondo al volume ci sono le biografie dei più famosi cantanti, affascinante squarcio su un mondo sparito e sconosciuto, alcuni testi di canzoni, che trattano soprattutto la mastura, lo sballo, il narghilè, il male di vivere che accomunava questi uomini, come la famosa Synnefiasmeni kiriakì (Domenica nuvolosa) di Vasilis Tsitsanis, scritta durante l’occupazione tedesca. Poche le cantanti di rebetiko. Un altro tema è la vita in carcere, soprattutto quelli di Atene e Salonicco. Quello che colpisce leggendo le pagine di Elias Petropulos è la cura, direi quasi l’affetto, e la totale empatia con i personaggi e le vicende di cui parla.
    Oltre all’introduzione di Epaminondas Thomos, anche responsabile della scelta dei testi tratti da Rebetika tragudia e To haghio hassissaki e traduttore con la revisione di Vittorio Bianco, Isabella de Caria e Chiara Maraghini Garrone, nel volume ci sono un’interessante introduzione di Jacques Lacarrière e il racconto, commosso pur nel tono contenuto, del funerale e della dispersione delle ceneri di Elias Petropulos a Parigi, e un utilissimo glossario.
    Infine, anche se non compare nel testo, vi consiglio l’ascolto di Misirlu, rebetiko così famoso che ne fecero una cover solo strumentale anche i Beach Boys e compare nella colonna sonora di Pulp Fiction, suonato da Dick Dale. Ma questa versione non so chi la canta. So solo che mi piace moltissimo, ci si trova sensualità, severità, calma e nel ritornello lo sballo che sale lentamente. L’argomento è amoroso, Misirlu significa “ragazza egiziana”.
    (a cura dell’Anaconda Anoressica, 9 ottobre 2013)

  2. nautilus

    Un bell’incontro quello con Elias Petropulos, attento osservatore che con il suo sguardo ampio e profondo fu in grado penetrare il vero senso della vita.
    Nato nel 1928 ad Atene, vissuto tra Salonicco e Atene, infine a Parigi nel 1975, dove morì nel 2003.
    E’ stato un saggista prolifico, ha pubblicato una ottantina di libri e circa un migliaio di articoli riguardanti oltre che i prigionieri politici greci, categorie di esclusi ed emarginati come ladri, prostitute, omosessuali, drogati ecc, registrando molte storie e canti popolari.
    Le sue opere non hanno mai avuto vita facile un Grecia, fu condannato a diversi anni di prigione per oltraggio al pudore e altri reati legati al buon costume, in particolare per le sue opere “Il Trattato del buon ladro” e un glossario della lingua degli omosessuali, Kaliarnta, considerato il primo su questo argomento. Inoltre ha raccolto un corposo repertorio fotografico di balconi, finestre, porte e altri manufatti popolari greci, tremila immagini di cimiteri greci, e soprattutto un’antologia del rebetiko, Rebetika tragudia, in cui sono raccolti più di 1500 rebetika. In giovane età fa una scelta di parte studiando l’Università della strada. Trascorse lunghi periodi in carcere per motivi politici e pur non essendo un malavitoso, sta dalla loro parte, il suo scopo era schierarsi, demistificare, raccogliere e testimoniare, far emergere esperienze e saperi nascosti e passivi, scontrarsi con il sapere accademico e quello del senso comune, con passione e intelligenza . Diventa così “ antropologo urbano”, come amava definirsi, disciplina che lo porta ad indagare quella parte di umanità “comune”, perfettamente consapevole che non c’è un modo rebetiko di pensare, c’è un modo rebetiko di vivere.
    Il Rebetiko è musica popolare prettamente urbana, legata al mondo della malavita, al carcere, alla taverna. La sua origine è piuttosto incerta e viene datata verso la fine del XIX secolo e si diffonde sia tra i greci dell’Anatolia che nella Grecia vera e propria, e conosce il suo periodo d’oro tra il 1920 e 1950. I centri principali sono la vecchia Atene, Salonicco, Pireo, Smirne, Costantinopoli, centri urbani più o meno grandi, tutti porti marittimi dove si mescolano persone di varie provenienze e dove ci sono locali nei quali si ritrova una umanità varia.
    In queste pagine ricche di fotografie d’epoca ed immagini, si raccontano i personaggi, i comportamenti, le cose della vita dei rebets e del rebetiko, la musica che li accompagna con i suoi ritmi e il suo stile di vita. Una musica che ispira danze solitarie in luoghi di marginalità, locali equivoci, carceri, là dove il carcere rappresenta l’unica vera scuola. Musica intrecciata a quella di una sostanza, l’hashish e di coloro che la consumano, gli hassiklides, con «quella loro dolcezza e tranquillità che traspare da quegli uomini a cui l’hashish «regala rilassatezza, sogni dolci, la desiderata tranquillità che scaccia i pensieri neri».
    Petropulos, anarchico e ribelle, profondamente appassionato di tutto ciò che è “umano”aveva scritto sul passaporto “ateo”,.
    La lettura delle pagine del libro, unita all’ascolto dei 23 brani di rebetiko del CD che lo accompagna, permettono la conoscenza di questa sorta di “blues greco” tornato prepotentemente alla ribalta come colonna sonora della crisi in cui è stata fatta precipitare la Grecia e in particolare le classi popolari e proletarie. Una occasione unica per immergersi nell’animo della Grecia più popolare e autentica di cui Petropulos ha saputo essere il portavoce.
    La pubblicazione di questo libro offre inoltre la possibilità di incontrare e conoscere le edizioni Nautilus. Nate come collettivo nel 1981, si caratterizzano per il minimo contatto con la cultura ufficiale e la massima propensione verso una creatività che non si consideri attività economica. Da qui il tentativo costante di produrre e distribuire materiali che superino la logica del mercato della cultura ufficiale, delle sue regole ed imposizioni, quindi nessun copyright. Un’attività tendenzialmente “altra” e istintivamente ”contro”. Questo in sintesi lo spirito di Nautilus, con i suoi componenti che editano libri, dischi e producono video, che da oltre trent’anni porta avanti un’attività legata ai principi dell’autogestione e alla pratica dell’autoproduzione.

    (a cura di Il Cantastorie on line, rivista di tradizioni popolari, aprile 2014)

  3. nautilus

    REBETIKO
    SI È FATTO un gran parlare in Italia negli ultimi tempi del rebetiko. Il disco di Vinicio Capossela Rebetiko Gymnastas (La Cùpa/Warner Music 2012), seguito dal film Indebito, girato dal cantautore con il regista Daniele Segre, hanno portato all’attenzione del grande pubblico una musica che solo fino a qualche anno fa era roba da addetti ai lavori: etnomusicologi, studiosi di popular music, cultori di generi urbani d’antan. L’interesse verso il rebetiko, però, è da inquadrare anche nella sempre maggiore attenzione che si va sviluppando verso quelle forme musicali, a lungo neglette, nate agli inizi del secolo scorso nelle grandi città e che, pur avendo senza dubbio tutte una storia diversa, hanno in comune almeno il fatto di essere propriamente ‘urbane’: nate cioè in città in relazione alle classi sociali che in città si andavano formando e che avrebbero dato vita a nuovi modi di ascolto e di esecuzione, lontani dalla ritualità contadina o pastorale e interamente dentro una logica di intrattenimento. Non canto folklorico dunque, dove per folklorico s’intende rurale, il rebetiko è un genere propriamente cittadino, al pari per esempio del tango rioplatense, del fado portoghese, del flamenco andaluso, della stessa canzone napoletana. La riscoperta di questi generi è poi, forse, anche un effetto positivo dell’emancipazione delle musiche di ogni latitudine dai loro ambiti locali, dovuta a quel fenomeno, pur commerciale negli intenti, definito ‘world music’, che nel suo riflusso ha lasciato dietro di sé un’enorme quantità di repertori prima sepolti o fruiti solo nei luoghi di origine e che sono per la prima volta emersi in superficie e messi a disposizione di un pubblico più vasto. Può quindi risultare utile, anche alla luce anche del dibattito in corso tra gli studiosi, una rilettura critica di un genere come il rebetiko, per certi aspetti paradigmatico nella sua vicenda perché presenta tutte le caratteristiche necessarie a entrare nel mito (ed a restarci): musica ‘meticcia’, suonata da individui emarginati e ribelli, canto legato a una forma di vera e propria controcultura, inviso alle autorità e da queste censurato, recuperato solo successivamente nella consapevolezza che il suo periodo aureo, consumatosi tra gli anni ’20 e la Seconda Guerra Mondiale, era ormai lontano ma che ce lo si poteva immaginare grazie a non poche registrazioni d’epoca, ormai ‘classiche’ come quelle dei bluesmen d’oltreoceano. […]

    Giovanni Vacca (tratto da Blow Up, giugno 2014)

Aggiungi una recensione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.