MIGUEL AMOROS: LA CITTÀ TOTALITARIA. Pagine 56.

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Circa L'autore

Miguel Amorós

Miguel Amorós

Miguel Amorós nasce ad Alcoi (Alicante) nel 1949. Fin dal ’68 partecipa a vari gruppi anarchici e autonomi e dopo aver subito il carcere sotto la dittatura franchista va in esilio in Francia dove conosce Jaime Semprun, scrivendo assieme a lui i testi di Los Incontrolados. Collabora con Debord nella campagna a favore dei prigionieri anarchici, ripubblicando il manifesto “Ai libertari”, e tra il 1984-94 è redattore della rivista Encyclopédie des Nuisances. Negli ultimi vent’anni ha pubblicato numerosi libri sulla storia del movimento operaio spagnolo nella guerra civile del 1936-39 e su questioni attuali quali la critica dello sviluppo legata ai movimenti contro le nocività, contribuendo ad approfondire la critica antindustriale. Per Nautilus ha pubblicato La città totalitaria (2009), L’alta velocità marcia (2012) e Prospettive antindustriali (2015).

Un programma radicale deve opporsi allo sviluppo e reclamare un ritorno alla città, cioè all’agorà, all’assemblea. Deve proporsi di fissare limiti allo spazio urbano, restituirgli la forma, ridurre le dimensioni, frenare la mobilità. Riunire i frammenti, ricostruire i luoghi, ristabilire relazioni solidali e vincoli fraterni, ricreare la vita pubblica. Demotorizzarsi, vivere senza fretta. Dimenticarsi del mercato, rilocalizzare la produzione, mantenere un equilibrio con la campagna, demolire tre quarti del costruito, decementificare il territorio. L’economia deve tornare a essere una semplice faccenda domestica. Uscire dall’anonimato. L’individuo deve evolversi fino a trovare il proprio posto nella collettività e mettere radici. La città deve generare un’aria che renda liberi gli abitanti che la respirano.

Recensioni

  1. nautilus

    urbanesimo

    La città totalitaria di Miguel Amoros, Nautilus, 2009, 3 euro

    Tre saggi (scritti in spagnolo da Amoros, dal 2004 al 2007 e ora proposti in italiano) contro il territorio alienato e l’architettura della metropoli, la sua con-urbazione capitalistica asservita alla legge del profitto. Il paradigma ideologico e la rappresentazione del potere, che emanano da facciate, frontoni, rilievi – ieri franchisti, littori, ora torri, specchi, cuspidi di acciaio moderniste e post moderniste – fanno sì che «vivendo in un ambiente simile, l’uomo artificiale del presente sia l’uomo senza radici del futuro». In questa «espressione maiuscola del nuovo ordine stabilito», attraverso «la verticalità e il design» si impone «la globalizzazione dell’habitat». Insieme all’esaltazione dei «cosiddetti ideali», profilati dalla tecnica e dalla finanza, l’urbe avanza come macchina ed emblema di «isolamento totale», a significare – scrive l’autore – il controllo assoluto sugli individui e i cittadini, spossessati di ogni spazio e memoria.
    Al contempo, la città sa essere pervasiva al punto da trasformarsi in una realtà «dolcemente totalitaria», che dilaga in ogni interstizio dello spazio e del tempo. È forse l’oblio della condivisione, della democrazia diretta, dell’agorà decisionale, della cittadinità senza gabbie, a essere enfatizzato, nella città vetrina? Sono le linee evanescenti, ipnotiche, che centrifugano nel nulla dell’urbanesimo spettacolare, miliardi di essere anonimi, a rendere il potere tanto sicuro della sua autocelebrazione urbanistica? Nella visione libertaria dell’autore, la riappropriazione collettiva dello spazio e della sua storia può avvenire solo da parte degli abitanti, in un rinato contratto sociale. Contro l’ambientalismo istituzionale, fa quindi notare che il potere economico è disposto alla difesa del territorio, a controllarne la distruzione, dal momento che la sua conservazione paesaggistica è ora tanto redditizia quanto lo fu la sua devastazione.
    La conclusione di Amoros è dunque univoca: «si tratta di ricostruire il territorio, non di amministrarne la distruzione», cosa realizzabile solo con la gestione diretta del territorio da parte dei suoi abitanti, esercitata attraverso assemblee comunitarie.

    Ermanno Gallo (tratto da Le Monde Diplomatique, marzo 2010)

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